Resistenze messicane

Quando arriviamo a San Juan di Chamula massicci nuvoloni che assediano la vastità del cielo messicano annunciano l’arrivo di un temporale. Siamo in Chiapas, lo stato più povero del Paese, a molti chilometri da Città del Messico, dalla parte opposta degli odiati e agognati Stati Uniti. Ad agosto, nel pieno della stagione delle piogge, non c’è giorno che, durante il pomeriggio, un acquazzone non si abbatta sulle strade fangose e sui venditori ambulanti che le popolano. Decidiamo di ripararci nella chiesa che domina la piazza centrale di San Juan. Bianco, bianchissimo, tanto che i contorni e gli angoli non sembrano definiti, il luogo di culto più surreale del Messico richiama molti visitatori. Superata l’imponente porta d’ingresso, abbellita da una cornice verde smeraldo, si entra in una dimensione spirituale, altra rispetto all’abitudine. L’odore chiuso della chiesa assale subito le narici e si mischia al profumo degli aghi di pino che ricoprono la pavimentazione. Lotta per imporsi l’aroma d’incenso, che impregna l’aria in modo quasi soffocante. Migliaia di candele, disposte parallele ai lati, sull’altare, per terra, trasmettono un senso di pace a cui non siamo più avvezzi. Dietro i ceri si alternano le statue dei santi protettori. Ognuno, all’altezza del petto, presenta uno specchio: serve per confessarsi, non è prevista l’intermediazione di un prete.

Sopra la comoda distesa di aghi, alcune famiglie di chamula – chi indossando gli abiti tradizionali, chi rassegnato alla modernità dei tempi – sono impegnate nella loro ritualità. In chiesa vanno per pregare e per guarire. Compito di cacciare gli spiriti maligni e di debellare le malattie è dei “curanderos”, persone dai poteri sciamanici, ciascuno con la propria deontologia e le proprie dosi. Medici alternativi, anche se, spiega la guida chamula che ci accompagna all’interno della chiesa, esistono anche i dottori tradizionali. Per i dolori meno gravi il trattamento consiste nell’ingurgitare una sufficiente quantità di “refrescos”, bibite gassate, stante la credenza che il rutto serva ad espellere gli influssi maligni. Per chi si trova in una situazione peggiore, si ricorre all’ausilio di un pollo che, dopo essere stato passato sul corpo dell’infermo per assorbirne gli spiriti negativi, viene ucciso e seppellito. Mentre assistiamo alle stravaganti cerimonie dei chamula – misto di sacro e profano, di coca cola e preghiera, di moderno e antichissimo, sincretismo di cattolicesimo e religioni perdute – resistiamo alla tentazione di scattare fotografie: “Un tempo erano vietate perché gli antichi pensavano rubassero l’anima” – racconta la nostra guida – “ora sono una forma di mancanza di rispetto”. Ci chiediamo quanto tempo passerà prima che anche le altre tradizioni vengano derubricate a superstizione e il rullo standardizzante della contemporaneità passi sopra San Juan di Chamula, appiattendola a cartolina.

AQUI MANDA EL PUEBLO, EL GOBIERNO OBEDECE

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Ma, se c’è una cosa che si apprende quando si viaggia negli stati meridionali messicani, è che la cifra più grande che accumula le milioni di persone indigene che risiedono in Chiapas e in Oaxaca prende il nome di resistenza. 500 anni dopo l’arrivo degli spagnoli, 200 anni dopo l’indipendenza, secoli dopo le continue promesse di riforma agraria, di spartizione delle terre, di maggior rappresentanza politica, i popoli nativi resistono. Tzotzil, tzeltal, lacandoni, chamula. Le loro lotte campesine hanno segnato la storia del Novecento. Solo il I gennaio 1994 sono balzate agli onori della cronaca internazionale. L’esercito zapatista di liberazione nazionale, capeggiato da un carismatico portavoce, il Subcomandante Marcos, aveva occupato San Cristobàl de las Casas e altre città limitrofe. Quel giorno, raccontato anche da Pino Cacucci nel suo Demasiado Corazon, gli zapatisti diventavano pubblici e, forse anche inconsciamente, precursori di una visione altermondialista che ispirerà i successivi movimenti no global. Un risultato ancora ben visibile della loro idea del mondo è rappresentato dai caracol, le comunità autonome disseminate nelle località più remote delle montagne chiapaneche. Raggiungere il caracol ( caracol significa lumaca, a sottolineare una concezione differente del tempo) di Oventick richiede qualche ora. Da San Cristobàl occorre prendere un autobus o un taxi collettivo, che partiranno solo una volta pieni.

Dopo strade inerpicate che risalgono e riscendono lussureggianti catene montuose, dopo centinaia di paesini dove la povertà così malcelata in città – dove non di rado ci si imbatte in un bambino pronto a venderti sigarette – mostra il volto attraverso le case di fango, arriviamo di fronte all’ingresso della comunità. Il benvenuto lo dà per primo un cartello che ricorda che lì siamo in

territorio zapatista, dove è il popolo l’unico vero comandante. Ci accostiamo al posto di blocco, dove due giovani donne col passamontagna ci comunicano di aspettare fuori. Arrivano altri due con il volto coperto, che ci sottopongono un veloce questionario: chi siamo, da dove veniamo e perché desideriamo conoscerli. Dopo una mezzora di attesa, decidono di farci entrare. Sempre scortati da una ragazza di poche parole – non sono una meta turistica, non ritengono necessario sperticarsi in spiegazioni – passeggiamo lungo il viale principale, contornati dai vivaci colori dei murales, che trasformano semplici case in opere vive, dialoganti. I murales, giunti a noi dalla tradizione maya e azteca, riscoperti dai lavori di propaganda di Rivera, Orozco e Siqueiros, sono parte imprescindibile del bagaglio storico del Messico. Sopra alcuni campeggiano gli striscioni che chiedono conto allo Stato dei 43 studenti rapiti dalla polizia tre anni fa ad Ayotzinapa. Non sono più stati ritrovati. Superiamo l’ospedale, non meno colorato degli altri edifici, una scuola, dove i ragazzini sono educati a studiare all’aperto, e l’ufficio dove si riunisce il consiglio di donne zapatiste. Se il modello comunista e socialista sembra aver fallito ovunque sia attecchito e degenerato nel mondo, quando si esce da questa comunità sembra di aver appena visitato una minuscola possibile utopia.

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Gli zapatisti, dopo anni in cui sono caduti nel dimenticatoio, sono tornati in auge da quando, a seguito di una decisione interna molto sofferta, hanno deciso di presentarsi alle elezioni politiche del 2018. Per anni forza anti-sistema, il 26 maggio scorso, assieme al Congresso nazionale indigeno, hanno scelto Maria de Jesus Patricio Martinez come candidata alla presidenza messicana. Indigena, attivista, praticante la medicina pre-ispanica, è la prima donna a correre per l’incarico. “La cosa peggiore che potrebbe accadere”, sorridono alcuni zapatisti con cui parliamo, “sarebbe vincere”. Dare più visibilità e peso politico alle rivendicazioni indigene, è l’obiettivo conclamato.

COSTA DI LUSSO

Dove invece la lotta per la terra sembra ormai inesorabilmente tramontata è la Riviera Maya, la costa caraibica che da Cancun, passando per Playa del Carmen e Tulum, si spinge fino al confine col Belize. Percorrendola con i comodi autobus turistici, ci si rende conto della mancanza di soluzione di continuità tra un resort e l’altro. Una gigantesca speculazione edilizia, che noi purtroppo conosciamo bene, ha trasformato questo luogo paradisiaco in un immenso villaggio vacanze, fatto di prezzi proibitivi e parchi divertimento che promettono “esperienze autentiche”. Strutture presentate con i più vari “eco”, “chic” e “luxury” mostrano le loro fauci affamate alla “carrettera” polverosa. Dentro, silenziosi discendenti maya accettano paghe da miseria per pulire, lavorare al bar o effettuare riparazioni. Mentre passeggiamo per la zona degli alberghi di Tulum, seducenti cartelli invitano a riscoprire la pace dei sensi attraverso lo yoga, un massaggio olistico o una capanna con vasca idromassaggio. Potremmo essere a Phuket, a Bali, ovunque.

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E’ a Tulum che il popolare ristorante danese Noma ha deciso di spostarsi temporaneamente lo scorso aprile, alla ricerca di nuovi sapori esotici. In 7 settimane ha incassato 4 milioni di dollari. E’ a Tulum dove tremila italiani si sono trasferiti per sfuggire ai ritmi frenetici della vita occidentale. E’ a Tulum, a Isla Mujeres, a Cozumel, dove la maggior parte dei turisti giunti in Messico trascorrerà le vacanze, tornando a casa appagata ma lamentando la pigrizia dei messicani. Qui le sacche della resistenza sono state debellate. Ma, volendo aggrapparsi alla storia millenaria di una terra che non ha mai smesso di resistere, conviene forse affidarsi alle parole del Vecchio Antonio, il saggio alter-ego del Subcomandante Marcos, che nel libro omonimo spiega che, nelle lingue indigene, non esiste un sinonimo della parola arrendersi. E’ inutile sforzarsi di trovarlo, il concetto di resa non gli appartiene. Noi, invece, ci arrendiamo all’ennesimo acquazzone, che monta la sua forza in una manciata di minuti, mentre “la faccia triste dell’America” ci lascia dentro la sua storia, ci rende parte della sua oppressione.

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