La mafia ci riguarda tutti

Quando oggi, 21 marzo 2017, in piazza della Repubblica a Perugia  ascoltavo recitare gli oltre 950 nomi delle vittime innocenti di tutte le mafie, a un certo punto mi è preso un colpo: ho sentito pronunciare il nome di Adami. Da molti anni partecipo alla manifestazione che Libera organizza per ricordare tutti coloro che sono morti ammazzati, vuoi perché lottavano, vuoi perché resistevano, vuoi perché semplicemente passavano di lì per caso. Mai prima d’ora mi ero però reso conto che un mio omonimo faceva parte di questa lista, che ogni anno, purtroppo, si allunga. Adami, per la precisione, si chiamava Bruno, e aveva 31 anni la sera del 10 gennaio 1984, quando, davanti alla sua abitazione in provincia di Mantova, sotto gli occhi terrorizzati della moglie, è stato rapito.

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Sequestrato per quasi sei mesi. Poi lo hanno ucciso. Vittima di una banda di giostrai che, tra il 1980 e il 1986, è stata accusata di aver organizzato e compiuto venti sequestri di persona in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Coi soldi dei riscatti, oltre 20 miliardi di lire, svolgevano attività imprenditoriali di vario genere. “Una vera e propria piramide della malavita” – si legge su un articolo di Repubblica del 1990 – “costituita per eseguire e gestire i sequestri di persona con banditi specializzati nell’individuazione e nella progettazione dei sequestri, altri addestrati dal loro compimento, un terzo nucleo preparato per affrontare la delicata fase della trattativa ed infine un ultimo nucleo esclusivamente destinato a riscuotere i denari del riscatto”. Bruno Adami faceva il medico. È una di quelle vittime di mafia di cui, probabilmente, nessuno sa niente. Se non fosse per l’archivio online di Libera e per la lettura del suo nome, una volta all’anno, il 21 marzo, nessuno saprebbe neanche della sua esistenza. Non è uno di quei nomi famosi di cui, anche i più sbadati, hanno sentito l’eco del ricordo. Vittima minore, vittima casuale.

Spulciando nelle varie ricostruzioni delle inchieste dell’epoca, ho scoperto che gli arresti per il sequestro e l’omicidio di Bruno Adami sono stati eseguiti anche a Vittorio Veneto e a Sarmeola, provincia di Padova. Rispettivamente dove vivevano i miei nonni paterni e i miei nonni materni. Coincidenze singolari, forse. Un filo che collega la vita mia e quella di Bruno, morto ammazzato 33 anni fa. Sono passati già più anni di quanti ne abbia potuti vivere.

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Invito tutti i pazienti lettori di questa faccenda privatissima e personalissima, a esercitare il seguente esperimento: andate a sfogliarvi la lista dei nomi delle oltre 950 vittime di tutte le mafie, provate a leggere le storie di alcuni di loro. Scoprirete, ne sono convinto, che in qualche modo, in qualche forma, le loro storie si intrecciano alle vostre. Perché la storia delle mafie di questo paese, inevitabilmente, ci tocca, ci influenza, ci colpisce. Molto più da vicino di quanto possiamo credere. A cominciare da un’omonimia. Ricordare non è un esercizio ottuso, inutile o celebrativo. Non dimenticare aiuta a resistere, a costruire.

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